Parliamoci chiaro: da giornalista, addetta stampa di una Pubblica Amministrazione, la mia vita, come immagino quella di diversi colleghi, finisce per essere strutturata, spesso, su un ritmo ben preciso.
Un ritmo scandito non solo dal battito cardiaco, ma dal mio smartphone, da tutte le notifiche di WhatsApp, Telegram, le mail del Comune, i lanci d’agenzia e le richieste “urgentissime” dell’amministratore di turno alle 23:00 di un “sabato qualunque”. Praticamente ho il pollice opponibile ormai piegato a forma di scroll e il cervello tarato sulla costante attesa della notizia dell’ultimo minuto.
Quindi, quando arriva agosto, la mia non è una semplice vacanza: è un vero e proprio atto di fede.
Il problema è che la deformazione professionale ti segue anche sotto l’ombrellone grazie allo smartphone. Quest’anno ho raggiunto il punto di non ritorno mentre facevo il bagno nella deliziosa frazione di Aspra, nel palermitano. Tra una bracciata e l’altra, vedo una ragazza immersa fino al collo con una di quelle borsine di plastica trasparenti al collo, dentro cui giaceva il suo smartphone.
Rispondeva a dei messaggi vocali in acqua.
Li l’illuminazione: stiamo decisamente esagerando. Se siamo arrivati a rischiare l’idrocuzione per non perderci la notifica di un gruppo di lavoro, di un gruppo di amici e parenti o dell’ultimo video virale di tik tok, allora abbiamo un problema serio.
Siamo diventati schiavi di una “reperibilità” tossica che scambiamo o per eccesso di efficienza o eccesso di presenzialismo. Ma la verità è che la “notifica fantasma”, quella vibrazione che ti sembra di sentire sulla coscia anche quando il telefono è sul comodino – e giuro mi è successo, è solo il nostro cervello che reclama dopamina.
Ed è qui che entra in gioco un concetto che dovremmo stampare sui manifesti elettorali: il diritto alla disconnessione che, in ambito lavorativo è stato introdotto dalla legge n. 81 del 22 maggio 2017.
Diritto alla disconnessione dallo smartphone
Non è un’utopia per eremiti digitali, ma un sacrosanto strumento di igiene mentale. Anche per chi, come me, lavora con la comunicazione istituzionale e ha sempre il terrore di perdersi l’emergenza del secolo.
Se volete sopravvivere all’estate senza trasformarvi in fuggiaschi irreperibili, ecco il mio personalissimo piano di sopravvivenza, testato sulla mia pelle:
Attiviamo la risposta automatica “senza filtri”: Sul campo di battaglia della posta elettronica o di WhatsApp, impostiamo un messaggio chiaro. Tipo: “Sono in ferie. Per reali emergenze istituzionali o catastrofi naturali, chiamatemi.” Lo posto anche nel mio stato di whatapp. Vi sorprenderà scoprire che l’80% delle “emergenze” può tranquillamente aspettare la fine della pausa estiva.
Cerchiamo, e lo ammetto, non è facile, di spostate le chat di lavoro, i canali social e le mail nell’ultima pagina dello schermo, dentro una cartella che potremmo rinominare “Apri solo se ti pagano la reperibilità”. Rallentare il gesto meccanico di aprire l’app spezza il circuito dell’abitudine.
Un’idea che mi è venuta mentre scrivevo questo articolo-confessione è: “Passate il display dello smartphone in scala di grigi dalle impostazioni; Probabilmente un feed di Instagram o un gruppo di notizie senza colori accesi perde istantaneamente il suo potere ipnotico.
E soprattutto è questo è davvero da coraggiosi, ed io non ci sono ancora riuscita: Il telefono non si porta in spiaggia ogni volta che si va a fare una passeggiata o un bagno. Stabiliamo due “finestre di controllo”: dieci minuti a metà mattina e dieci nel tardo pomeriggio. Nel mezzo? Godiamoci il mare, le granite e il silenzio.
Lasciamo le pochette impermeabili ai sub e impariamo a mollare la presa. Il mondo continuerà a girare, i comunicati stampa si scriveranno anche a settembre e noi, forse, riusciremo a fare un bagno ricordandoci com’è fatto il mare senza vederlo attraverso uno schermo. Poi vi dirò se ci sono riuscita.