Di mafia si può anche ridere
Marina Mancini 11 Dicembre 2010 PDF Stampa E-mail

Si può parlare di mafia ridendone? E la domanda cui ha tentato di rispondere Pino Caruso, noto attore siciliano, scrittore, umorista satirico e poeta e Lino Buscemi, avvocato, giornalista, esperto di Comunicazione e co-autore del volume "Mi sento tra l'anguria ed il martello" (Mondatori, 96) ospiti, al teatro Branciforti di Bagheria, dell’associazione antiracket e antiusura presieduta da Pippo Cipriani.



A dare la battuta di inizio agli interventi dei due catalizzanti relatori Maurizio Padovano giovane scrittore bagherese che non ha dovuto faticare molto a invitare Caruso e Buscemi a raccontare aneddoti su come gli uomini di cosa nostra possano cadere facilmente nel ridicolo con alcuni strafalcioni ed involontarie battute.
Eppure per chi si aspettava una serata tutta risate e gag è stato piacevolmente sorpreso da momenti di profonda analisi del fenomeno mafioso e della sua storia sino a giungere alle origini della mafia.

“L’idea di organizzare l’incontro” – racconta Pippo Cipriani, presidente dell’associazione e da anni impegnato nella diffusione della cultura della legalità- “è nata anche dalla volontà di smitizzare la figura dei boss” – ed il riferimento alla fiction “Il Capo dei capi” e alle polemiche che ne sono seguite era chiaro ed evidente.

Una sorta di riflessione sulla vera consistenza di questi personaggi spesso mitizzati da una certa sottocultura mafiosa che rischia di avere influenza anche sulle giovani generazioni.
Prova ne siano i gruppi di supporter nati sul più noto social network, Facebook, che inneggiano a Provenzano e Riina.

Dunque non si è voluto mancare di rispetto alle tante vittime della mafia con “I boss: quelli che… le sparano grosse” l’incontro-dibattito cui hanno partecipato anche il sindaco di Bagheria, Biagio Sciortino ed il presidente del consorzio Metropoli Est, Salvatore Camilleri, che hanno plaudito all’iniziativa salutandola come un altro modo, magari anche più coinvolgente, per diffondere la cultura della legalità.

Stracolma di pubblico la deliziosa bomboniera del teatro Branciforti, gestito dalle Officine Culturali Controscena, il cui vice-presidente Roberto Sardina ha gentilmente accolto gli ospiti ed il pubblico.

Tra gli aforismi cari a Pino Caruso ce ne uno forse che può essere considerato la summa della serata: “Chi non sa ridere non è una persona seria” ed infatti sostiene l’umorista: <>; il pensiero è volato ai paesi totalitaristi e privi di rispetto per i diritti umani.
Non bisogna dunque lasciarsi ingannare dalla forma, spesso attori, scrittori, poeti attraverso il riso hanno raccontato cose importanti.
Ridere dei mafiosi significa dunque smitizzarli, ridurre il mito dell’invincibilità, riportarli ad una dimensione umana. Caruso scrive: “la mafia va attaccata anche sul piano del ridicolo, va smontata nella sua concezione del male e nella sua retorica dell'onore” . La mafia ha radici storiche che risalgono anche al feudalesimo – riferisce Buscemi – e non è vero che non se ne parlasse”.
Per anni però se ne è negata persino l’esistenza, tanto che – racconta l’autore della raccolta di strafalcioni pronunciati da mafiosi, “un capo mafia, prima di morire ordinò ai famigliari di scrivere sulla propria tomba: “Qui non giace don Totò”!
Non sono mancate le battute e neanche i riferimenti storici: “quando cadde il muro di Berlino – racconta il fine umorista Caruso - lo Stato si fece più forte. Prima di allora era assente e la mafia aveva preso il suo posto in Sicilia. Dopo di allora la mafia decise di allearsi con un certo Stato, di infiltrarsi nella politica. E cosa nostra che era stata sempre silente e omertosa per difendersi dal fenomeno del pentitismo, dall’omertà passa alla loquacità, ed inizia a parlare, confondendosi con falsi pentiti, che con le loro dichiarazioni fantasiose confondevano le acque corrodendo le notizie derivanti da chi forniva notizie autentiche”.
“Non credete all’assunto che possa essere esistita una mafia buona” – tuona Caruso, ricordando un certo modo di fare della prima mafia contadina e paternalista, quella raccontata dal grandissimo Leonardo Sciascia nel suo “Il giorno della civetta” e mirabilmente messo su pellicola da Damiano Damiani. “Don Mariano Arena”, non era un mafioso buono, era un paternalista che sfruttava la classe contadina per i suoi scopi, eppure leggendo il libro e guardando il film si rischiava di provar più simpatia per lui che per il capitano Bellodi magistralmente interpretato da Franco Neri.
Numerose infine le battute riprese dal volume scritto a due mani da Lino Buscemi e Antonio Di Stefano: “icapimafia si creano l’alito”o per evidenziare una certa tendenza ad auto-mortificarsi “io sono un quinto elementare; mitiche quelle del pentito Grancagnolo “Signor Giudice mi sento tra l’incudine ed il martello”, lo stesso che, interrogato qualche anno dopo, ha risposto: “Signor giudice nun parlu chiu perché a Palermo ci sono due cornuti che si stanno arricchendo con quello che dico” e ancora dagli atti di un altro processo: “signor presidente che sia chiaro io ho sempre vissuto allo stato ebraico”. Tante battute raccontate per un solo fine produrre un sorriso che sia un’arma contro la mafia, un’arma che la smitizzi, ne evidenzi il ridicolo ed il patetico e che spinga il siciliano a dire: “noi non siamo così!”

Marina Mancini

 

Pubblicato su Di mafia si può anche ridere? Pino Caruso e Lino Buscemi dicono di sì



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